Prime visioni: Luci del varietà

Luci del varietà Alberto Lattuada Federico Fellini

Col permesso di Alberto Lattuada, facciamo posto ad un nuovo regista. Federico Fellini con Luci del varietà per la prima volta ha firmato un’opera cinematografica. Per l’esordio ha fatto suo il motto che in due si dirige meglio. Alberto Lattuada gli ha dato amorevolmente la mano e Luci del varietà passa all’anagrafe filmica sotto una doppia paternità.

Fellini non ha bisogno di presentazioni. Il suo nome è strettamente legato alla storia del cinema italiano del dopoguerra. Quanti soggetti, quante sceneggiature portano la firma del giovane romagnolo (nato a Rimini il 20 gennaio 1920)! Dal tempo dei primi film di Macario (Imputato alzatevi!) e dell’apparizione sullo schermo di Fabrizi (nei tormentati anni della giovinezza Fellini è stato “poeta di compagnia” nella troupe d’avanspettacolo guidata dal comico romano), il cammino compiuto del neo-regista è piuttosto notevole. Ha collaborato (sempre come soggettista e sceneggiatore) alle più importanti opere di Rossellini, di Lattuada, di Germi. Citiamo a caso una serie di titoli che rappresentano un contributo sostanzioso al nostro cinema moderno: Roma città aperta, Paisà, Francesco Giullare di Dio, Il delitto di Giovanni Episcopo, Senza pietà, Il mulino del Po’, In nome della legge, ecc.

Adesso con Luci del varietà, senza trascurare le sue ormai acquisite prerogative (è autore del soggetto e collaboratore alla sceneggiatura) egli ha allungato la gamba ed ha tentato il passo nuovo. Diciamo subito che non ha certo messo il piede in fallo. Luci del varietà, entro i limiti di ambizioni e di intenti molto modesti, è un film vivo e — sotto certi aspetti — abbastanza intelligente. Lattuada e Fellini mettono in luce un linguaggio sincero. Senza voler strafare saremmo tentati di dire “quasi con umiltà”, ci raccontano la loro storia presentandoci il mondo dei guitti secondo una documentazione umana. È questo sapore di umanità che ci avvicina ai personaggi del film e ci induce a condividere le dolorose peripezie. Soprattutto ci piace Luci del varietà perché Lattuada e Fellini hanno chiuso la porta in faccia al facile macchiettismo. Far ridere raccontando le vicende di una troupe di guitti è un poco come voler arredare una casa ricorrendo soltanto ai magazzini Upim. Costa molto poco. Allo stesso modo come è possibile con le povere ballerine di varietà premere il pedale del sentimentalismo formato-famiglia. Bene o male al melodrammatico buffone che sulle scene vive di gioconde illusioni e dietro le quinte si dispera in una iniqua realtà, possono essere più che sufficienti le note del compianto Leoncavallo.

Ma il discorso che Lattuada e Fellini hanno voluto tenerci con Luci del varietà ha ben altre intenzioni. Il mondo della rivista è formato da creature strane ma pur sempre fatte in carne ed ossa. A questa carne e a queste ossa i due registi hanno dedicato il loro interesse di narratori cinematografici. Che creativamente essi abbiano realizzato in pieno le intenzioni, non diremmo. Luci del varietà non è un’opera perfetta. Anzi imperfetissima. Ma il coraggio di affrontare un problema con una determinata angolazione ha pure la sua importanza. E noi vogliamo proprio far risaltare questa importanza e segnalarla.

(…)

Carla Del Poggio e Peppino De Filippo sono i protagonisti. Per entrambi l’interpretazione si risolve in un’altalena di luci e di ombre. La prima dimostra una ammirevole buona volontà, il secondo impiega il suo consumato mestiere. Ma il mestiere e la buona volontà evidentemente non sono tutto. Notevole invece Giulietta Masina (moglie nella vita privata di Federico Fellini, come la Del Poggio lo è di Lattuada). Qualcuno, tenendo conto che la musica del film è di Felice Lattuada — padre del regista — e che il direttore della produzione è Bianca Lattuada — sorella —; considerando inoltre la frequenza delle scene di danza, ha definito benevolmente Luci del varietà “quattro salti in famiglia”.

Vi dicevamo dunque che Giulietta Masina nella parte di una innamorata devota, servizievole e tollerante si destreggia con ammirevole disinvoltura. Peppino Marotta definendola “la Bette Davis italiana” ha accondisceso forse al suo innato ed entusiastico spirito di cavalleria, però — tutto sommato — si deve convenire che il volto di Giulietta ha il diritto di apparire con maggior frequenza sui nostri schermi. Anche Gina Mascetti (la soubrette dalle forme abbondantemente giunoniche) merita una segnalazione. Molti registi dovrebbero segnarsi il suo nome nel taccuino degli appunti.

E. C.
Milano, gennaio 1951

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