L’ultimo film di De Sica: La porta del cielo

La porta del cielo Vittorio De Sica 1944

Milano, dicembre 1945. È giunto da poco nell’Italia settentrionale l’ultimo film di Vittorio De Sica, La porta del cielo, girato a Roma durante l’occupazione tedesca. Questa data potrà col tempo diminuire d’importanza ma è ora utile a spiegare, in parte, la scelta del soggetto, un pellegrinaggio di ammalati al Santuario di Loreto, e a metterne in evidenza il significato profondamente umano per cui il film fu e rimane soprattutto un messaggio di speranza e di fede. Il giorno in cui la pellicola fu proiettata in visione privata alla presenza del regista, del collaboratori e dei tecnici, se dubbi rimanevano sull’efficacia della narrazione, il pubblico con il suo commosso e spontaneo consenso riuscì a dissiparli e il film, alleggerito di qualche dettaglio e di alcune scene risultate superflue (procedimento usato da De Sica anche per I bambini ci guardano), iniziò le regolari proiezioni.

(…)

De Sica, con un linguaggio fatto di profonde analisi e di improvvisi, efficacissimi contrasti, di lunghe pause e di repentine accelerazioni, è riuscito a concludere il film in un modo che non esitiamo a definire notevolissimo. La prolissità e l’insufficienza, l’indecisione che avevamo constatato in alcuni episodi dei Bambini ci guardano, nella Porta del cielo sono notevolmente ridotte e i difetti confinati in zone marginali della narrazione (alcuni effetti di sovrimpressioni sonore, ad esempio, superflue, dimostrano una non ancora esaurita fase sperimentale del regista). Alla fine il film acquista quell’aspetto di coralità che era nelle intenzioni oltre che nel significato delle immagini e lo risolve nella sequenza finale nell’interno del Tempio. Prevediamo che il film, e questo finale in particolare modo, non mancheranno di porre il problema di una partecipazione più o meno sincera del regista al significato religioso del racconto e della sua conclusione, dal momento che la critica romana non trascurò di sollevarlo e Anton Giulio Majano, su Mercurio (gennaio 1945), si chiese addirittura se non si trattasse di “una ubriacatura mistica” o di un “miracolismo medievale” o di “un’atmosfera torbida”. Noi non crediamo che il problema, così posto, sia giusto: la partecipazione di De Sica fu certo sincera perché il rendimento è stilisticamente alto; semmai quest’ultimo può dimostrare che De Sica fu dotato di un sufficiente distacco, di una certa “intelligenza”, ed ebbe per ogni scena una nota critica non sempre favorevole, spesso divertita, alla fine addirittura ironica e completamente svincolata da ogni passione e da qualsiasi fede. Un cattolico convinto, a nostra idea, non avrebbe potuto fare il finale in quel modo. La atmosfera suscitata negli ultimi quadri ci è parsa piuttosto forte e accesa, raggiunta con un fortissimo uso del sonoro, della musica e del coro dei fedeli alle invocazioni del frate, ma indubbiamente il risultato è interessante, tenendo conto di particolari effetti raggiunti da De Sica mediante una particolare tecnica dei movimenti di macchina e del montaggio, dell’angolazione e della scelta di questa, non solo nell’ultima parte ma in tutto il film, cioè mediante un linguaggio essenzialmente cinematografico.

Corrado Terzi
(Cinetempo)

Annunci