Enrico IV di Luigi Pirandello (1922)

Enrico IV di Luigi Pirandello 1922

Roma, 21 settembre 1921. Caro Amico, m’affretto a rispondere alla Sua lettera del 19, di cui La ringrazio con tutto il cuore. Le dissi a Roma l’ultima volta che pensavo a qualche cosa per Lei. Ho seguitato a pensarci e ho maturato alla fine la commedia, che mi pare tra le mie più originali: Enrico IV, tragedia in 3 atti di Luigi Pirandello.
(lettera di Luigi Pirandello a Ruggero Ruggeri ¹)

Enrico IV fu scritto per l’attore Ruggero Ruggeri, tra l’ottobre e il novembre 1921, in meno di due mesi. Il 2 dicembre fu consegnato il terzo e ultimo atto alla Compagnia Drammatica Nazionale Ruggeri-Borelli-Talli, che dopo alcune difficoltà, insorte in seguito al rifiuto della prima attrice Alda Borelli di sostenervi la parte di Matilde Spina, si decise a rappresentarla. Il 13 febbraio 1922, Pirandello si recò a Milano per fare la consueta lettura del copione agli attori e per seguire le prove:

« La compagnia sul palcoscenico del teatro Manzoni era disposta secondo la tradizione. Compagnia seduta in circolo, davanti al proscenio, con al centro un tavolo per il solo lettore. Una abat-jour accesa. Non erano ancora stati istituiti i tavoli anatomici per tutti gli interpreti. Alla lettura di un tempo non erano neanche distribuite le parti agli attori, e queste, date dopo, non contenevano neppure le battute di attacco dell’altro personaggio. Si sapeva che, letto il lavoro, il direttore “lo metteva in scena”, dando fin dal primo giorno: posizioni, impostazione, stile all’opera. Insomma incominciando a farla nascere viva, nel suo ambito artistico, incandescente, e non morta dalla fredda ricerca letteraria. Pirandello entrò in palcoscenico assai modestamente: un autore qualsiasi. Sorridente e bonario, sorrise a tutti e salutò affettuosamente Ruggeri. Sedette al tavolo e lesse l’Enrico IV. Compresi a fondo il lavoro? Non so. Ero molto giovane, ed ancora tutto impastato di teatro tradizionale. Ma l’impressione fu di quelle alle quali si ripensa sempre quando si vuol trovare nella vita un’analogia e un indirizzo preciso. Quello di Pirandello fu un leggere quasi uniforme, che a mio gusto, di coloritura teatrale di allora, non interessò subito: una accentuazione dialettale che mi fece considerare un po’ dall’alto la sua dizione così agli antipodi con quella “linda” dei nostri maestri. Fra noi giovani si incominciò a scambiare qualche sguardo di sufficienza: i grandi erano più pronti di noi e subito li vedemmo attentissimi. Man mano che la lettura procedeva io rimasi preso. Da che? Dal sentire parole nuove; periodi con conclusioni impreviste; arrivava sempre la parola, l’immagine che meno si aspettava e si doveva riconoscere che era giusto che fosse così, era logico. Sempre diverso ad ogni battuta, il suo tipo di dialogo e di azione era una cosa che la mia mente non poteva definire e incasellare in un “genere”. Seguivo attentamente, attendendo sempre, e, cosa che maggiormente allora mi colpì ed ancora oggi è fisso nella mia mente, senza che Pirandello uscisse mai dalla lettura. Mi spiego. Ricordavo come l’anno prima, sempre con Ruggeri, Forzano venne a leggere Sly. Eccellente coloritore, nella sua lettura si sentiva il fatto. Forzano fin dalla prima lettura faceva già vedere il personaggio. Lo spettacolo era interpretato vivo, nella sua azione scenica, dall’autore stesso. Quelle qualità direttoriali, che tante altre volte  ebbi ad ammirare non solo nelle prove di Pietro il Grande con Zacconi, nel 1928, ma nei suoi film ai quali in seguito partecipai. Pirandello, in questo senso non coloriva. Era la sua, una parola sempre viva ma intima, quasi come un dialogo di Platone dalla cattedra. L’accentuazione stessa regionale dava un senso di tale aderenza da far scoraggiare qualsiasi interprete, anche il più schietto, nel pensare a rendere quella sua “verità”.»
(testimonianza di Carlo Tamberlani ²)

Dopo nove giorni di prove, Enrico IV andò in scena al Teatro Manzoni il 24 febbraio 1922, ottenendo fin dalla prima rappresentazione un grande successo — il primo, ampio e incontrastato, conosciuto da Pirandello — di critica e pubblico:

« Quantunque l’opera non sia di quelle che si prestano a un giudizio facile e a un grossolano entusiasmo, in più di un momento, e specialmente alla fine del primo atto e a metà del secondo, ha profondamente toccato l’animo degli spettatori, costringendoli non solo ad ammirare la forza dialettica dello scrittore nel suo protagonista, ma a sentire  la passione che a poco a poco si andava addensando nella strana atmosfera del dramma rappresentato sulla scena con modi così poco comuni. C’era più di uno, in platea, che veramente godeva e addirittura sottolineava con esclamazioni a mezza voce le battute più significative del dialogo, una ad una: fatto così insolito che non può  essere giudicato se non da una particolare adesione dello spettatore al contenuto dell’opera d’arte di cui seguiva lo svolgimento. Poiché non si trattava di battute di effetto retorico, come quelle che strappano l’applauso ad un pubblico popolare, ma di eleganti enunciazioni filosofiche, di sottili ragionamenti logici conclusi in una rapida frase o in un’immagine, di paradossi formulati con tanta naturalezza e precisione da lasciare lo spettatore sorpreso e convinto nel medesimo istante. Il successo di Enrico IV rappresenta soprattutto il successo di un metodo di espressione lirico-filosofica che Pirandello è venuto accentuando nelle sue ultime opere di teatro: e specialmente in Sei Personaggi in cerca d’autore e in questa sua tragedia. Il dramma è determinato sì da una “situazione” esteriore, ma immediatamente esula nello spirito dei personaggi, dove già risiedeva in origine: ridiventa cioè interiore e si sviluppa sopratutto in profondità. Sicché quelle che si chiamano “situazioni” in un’opera di teatro, hanno qui uno svolgimento parallelo, ma indipendente, allo svolgimento che il dramma segue nell’intimità spirituale dei personaggi. E quando questa specie di reciproca indipendenza viene a mancare, ed essi sono costretti d’un tratto a subire una situazione esteriore e a risolverla, allora nascono quelle impensate, fulminee catastrofi delle quali il delitto di Enrico IV costituisce il più tipico esempio. Si può dire dunque di questa, come di altre opere di Pirandello, che è un dramma di situazioni e non di personaggi. Ma non si sarebbe meno lontani dal vero dicendo perfettamente il contrario. (…) Ruggero Ruggeri è stato senza dubbio per Luigi Pirandello un collaboratore prezioso e ammirevole. Egli ha con grande profondità analizzato il personaggio che doveva raffigurare e lo ha poi reso vivo con straordinaria forza drammatica. Il pubblico lo ha assai festeggiato insieme con l’Autore che ebbe circa quindici chiamate. Fra i personaggi secondari si distinsero il Calò, l’Olivieri e il Tofano. Nell’insieme era sensibile la mano esperta di Virgilio Talli.
(Ugo Falena ³) 

  1. Il dramma, Torino, agosto-settembre 1955.
  2. Atti del Convegno Internazionale di studi pirandelliani, Firenze, Le Monnier, 1967.
  3. Comœdia, Milano, 5 marzo 1922.