Ladri di biciclette di Vittorio De Sica (1948)

Ladri di biciclette di Vittorio De Sica 1948

Roma, cinema Barberini e Metropolitan, novembre 1948. Dalla mansione modesta di “raccontanovelle” il cinema si eleva a un compito sociale: se lo disimpegnerà con misura, sarà il più efficace coefficiente per la comprensione dei problemi e per la collaborazione delle classi. In questo campo Vittorio De Sica aveva fatto già molto: con l’ultimo film, Ladri di biciclette, ha fatto moltissimo.

Ladri di biciclette non ha intreccio: non è racconto, non romanzo, non storia d’amore: è una cronaca sociale vissuta attraverso le ricerche di una bicicletta rubata a un operaio per il quale la bicicletta era indispensabile al lavoro e, quindi, al sostentamento della famiglia. La vicenda del film è tutta qui. Non la materia.

La materia si accresce e lievita di episodio in episodio fino a comporre un grande quadro nel quale il protagonista diventa come una goccia nel mare: quello che il film, — scevro da retorica — non dice, incomincia a martellare nel cervello degli spettatori, e l’ansia dell’operaio diventa la loro ansia e la contenuta ribellione contro la sua pena diventa sentimento generale; e più il panorama si amplia, più l’affetto per il giovane operaio stringe il cuore: il finale lascia pensosi e desiderosi di giustizia.

Questo film non avrebbe potuto farlo altri — almeno in Italia — che Vittorio De Sica. V’è un elenco numeroso di suoi collaboratori — taluno forse utile, taluni certamente inutili — ma Ladri di biciclette è nato nella macchina da presa e esclusivamente dalla regia di De Sica: c’è la impostazione di lui in ogni fotogramma, c’è il suo carattere, c’è la sua recitazione, c’è la sua maniera di parlare e di muoversi (…) Il film è nato da lui e vive per lui: ha avuto da lui espressione nella efficacia di ogni particolare, nella ricerca di ogni interprete, anche di quelli che non parlano. È ammirevole come De Sica sia riuscito a cogliere, con minimi dettagli, le caratteristiche di ogni ambiente — e sono molti, e vanno dalla strada al ristorante, dalla chiesa al postribolo — coi quali è venuto in contatto. Talvolta un tipo (il “signorino” della trattoria) talvolta una breve sosta dell’obiettivo (la casa del ladro) gli sono bastati per accozzare esperti contrasti, per indurre a riflettere quante esistenze e quanto diversamente tristi e dolorose giacciano dietro alla facciata di una grande città.

Anche per questo, il film doveva farlo De Sica: se fosse stato opera di un regista politico, difficilmente avrebbe avuto accoglienza nei cinema eleganti di prima visione, e molti spettatori si sarebbero doluti di trovarsi davanti la realtà. Ma Vittorio De Sica è simpatico a tutti, alla gente del così detto gran mondo, e alla gente del popolo; è creduto e può permettersi l’impertinenza — così verrà definita — di mostrare la vita vera.

Forse, appunto per questo, il film dispiacerà a chi identifica la morale con l’artificio di nascondere l’immoralità, e il benessere col comodo ignorare la miseria: ciò non toglie che Ladri di biciclette sia un film poderoso, un’opera sociale e una crociata; un film che rimane quale contributo alla storia di un periodo della vita italiana, e quale documento di una organizzazione sociale.

Interpreti ottimi: sarebbe ingiusto citarne solamente qualcuno. (Credo che De Sica abbia invidiato la parte al protagonista). Si può fare eccezione per un ragazzo che De Sica, autore di Sciuscià, è riuscito a far rimanere ragazzo, e che il pubblico giustamente ammira e ama.

Quando la cinematografia italiana dà films come questo e altri apparsi recentemente, sorge la speranza, non suggerita da eccessi nazionalistici, che riesca consolidare la stima presso il pubblico internazionale. (…)

G. V.
(Cine Illustrato – Archivio In Penombra)