I protagonisti, film di Marcello Fondato 1968

I protagonisti (1968) regia di Marcello Fondato

Soggetto e sceneggiatura di Marcello Fondato con la collaborazione di Ennio Flaiano.

Fine estate in Sardegna. Dalla terrazza dell’albergo, Roberto (Jean Sorel) guarda un Jet che punta su Alghero. Proviene da Roma, porta una cinquantina di persone che si ripromettono, tra caccia al cinghiale, feste folcloristiche, gite panoramiche, tre giorni emozionanti.

La sera, in albergo, Roberto si unisce al gruppo e, abilmente trova un pretesto per far sapere che l’indomani ha un « asso nella manica », un’avventura tutta da raccontare; chi ha voglia di qualcosa di veramente eccezionale, non ha che seguirlo.

Ad accettare il suo invito sono quattro persone molto diverse tra loro per età e condizione sociale. Roberto prende la macchina e partono verso le montagne. Ciò che Roberto ha promesso è l’incontro con Giovanni Taddeu (Lou Castel), famoso bandito del nuorese, sulla cui testa pende una taglia di dieci milioni. Attraverso emissari clandestini, con i quali Roberto era da tempo in contatto, Taddeu ha fatto sapere di essere disposto, per cinquecentomila lire, a lasciarsi avvicinare, fotografare, ed a raccontare la sua vera storia…

Si gira (50 anni fa): Marcello Fondato parla de “I Protagonisti”

— Il banditismo sardo non mi interessa soltanto come fenomeno locale, ma soprattuto come fatto estremamente indicativo di una coscienza nazionale assai poco candida. Da questo punto di vista, altrettanto indicativi possono essere il gangsterismo milanese, le rapine alle banche in Piemonte, gli scippi a Roma, il racket dei mercati ortofrutticoli a Napoli o in Calabria, la mafia siciliana, la corruzione nel sottobosco politico.

Come reagiscono gli italiani, come reagiamo tutti noi ai mali di una società  che dopo molti secoli di ritardo si è svegliata di colpo e si è messa a correre a perdifiato tutta insieme? Non reagiscono, assorbono tutto. Non c’è indignazione se non sui titoli dei giornali e solo per qualche giorno. Gli italiani, noi tutti, restiamo sempre e soltanto spettatori, spettatori esigenti che avendo pagato il biglietto (chi non lo paga lo è ancora di più), pretendono un bello spettacolo col morto in scena e il finale a suspense. Non a caso siamo gli inventori dei film western in cui lo sceriffo è cretino e destinato alla sconfitta. Intendiamoci, non voglio dire che  dovremmo ciascuno di noi smettere una mattina di lavorare, prendere il fucile da caccia e andare a fare la guerra alla malavita e al malcostume. Dico che essa trova il suo habitat migliore nella nostra indifferenza. Dico che quando a Roma la polizia dava la caccia a Cimino, bloccando le strade come per uno stato d’assedio, sotto sotto gli automobilisti, seccati di dover mostrare tutte le sere i documenti, una certa ammirazione per l’imprendibile fuggiasco ce l’avevano. E quando lo spettacolo s’è concluso, è rimasta una certa delusione perché Cimino, contrariamente a quanto si credeva, non aveva sfidato la polizia, muovendosi per la città, ma s’era barricato in una cassetta a leggere fumetti. Sono questi sentimenti, e non tanto la paura, a far “dimenticare” in Sardegna ai sequestrati, una volta rilasciati, tutto quello che hanno visto e sentito durante i giorni della prigionia.

I veri protagonisti, perciò, di fenomeni come quello sardo, non sono i banditi, ma siamo noi tutti, noi che sui manifesti con la scritta “ricercato” e il prezzo della taglia scriviamo, come ho visto con i miei occhi, “non fatevi prendere”.

— E come mai, allora, i protagonisti del suo film, alla fine, si schierano contro il bandito?

— Ciò che li spinge a farlo non è certo un desiderio di difesa, non è senso civico, come risulterà invece nella versione ufficiale che chiude il film. Lo fanno perché è mancato lo spettacolo e loro vogliono che ci sia a tutti i costi. Guai a deludere gli italiani in questo!

— Insomma, una storia tutta italiana?

— Sì. sì, italiana, con attori italiani o italianizzati, recitata in italiano. Voglio dire che in questo senso il film è polemico con lo snaturamento del nostro cinema che con mano decisa stiamo tutti compiendo. Oggi si dice che una storia italiana non va, non si può fare perché non si vende all’estero e per estero si intende il mercato americano. Forti di queste convinzioni, ecco che siamo messi tutti a fare prodotti di imitazione; imitiamo tutto, l’umorismo inglese, gli 007, i western. Va bene, siamo anche bravi e il lavoro è lavoro e sia benedetto. Ma non arriviamo all’eccesso di consegnare alla storia del cinema, in un capitolo chiuso, la fisionomia che ci ha aperto i mercati mondiali e che oggi con i soli prodotti d’imitazione finiremo col perdere.