Hollywood

Hollywood

Vorrei fare la diva… ». Ti senti buttare lì questa frase, così, come si direbbe « Vorrei fare la sarta… ». Non occorre studiare, dare gli esami, si può benissimo ignorare la grammatica, la geografia, la storia; si può anche non sapere come si chiama lo scopritore dell’America. Tanto, forse non lo sanno neanche molti direttori di produzione. Basta aver vent’anni, un bel corpo e un viso fotogenico. Ma, a vent’anni, tutte le donne son fotogeniche e ben fatte. O, almeno, credono di esserlo. ll cinematografo! La porta di questo regno di sogni e di pellicola si apre facilmente. Che vale se è la porta di servizio? Si entra come comparsa, e chissà… Il soldato alle prese con lo zaino potrebbe un giorno essere Napoleone… Tutto è possibile, a Hollywood: anche fare la comparsa per tutta la vita, con la vaga speranza di finire, un giorno o l’altro, stella… cadente.

Ma se é vero che ogni medaglia ha il suo rovescio, è altrettanto vero che ogni orpello cela la miseria. Le dive, le regine con la corona di cartapesta in questo regno di cartapesta, non sono da invidiare. Sono da compiangere. Se non si lamentano, è solo perché sanno di essere invidiate. Non hanno altra soddisfazione che la vanità, che è una gioia secca, amara. Le dive non possono vivere per se stesse né per qualcuno: devono vivere per gli altri, per la platea. Sono state portate in su dalla pubblicità; e la pubblicità le isola, le soffoca. Le ha messe sotto campana di vetro, come quegli esseri fossilizzati che a toccarli si disfanno. E proprio a Hollywood che la vita delle vedette è più sgargiante e più miseranda. Hollywood è il loro paradiso e il loro inferno, con brevi soste nel purgatorio.

La Mecca del cinema è una città amara. Non c’è un viso lieto, un sorriso sincero, spontaneo. Son tutti ilari, sembrano tutti felici, ebbri di successo. Ma è una maschera. Sotto il belletto non trovi la vita, trovi la cenere.

Hollywood sembra fatta di cartone, come i palazzi le foreste i deserti dei teatri di posa. Anche la natura sembra mentire, per solidarietà: i chiari di luna paiono sciabolate di riflettori sui giardini immoti, sui fiori senza profumo.

Le persone stesse le diresti finte, coi profili tutti eguali, con le bocche disegnate a matita, con gli occhi ravvivati da una goccia di collirio. Arrivando a Hollywood ti vien fatto di pensare ad un magazzino a prezzo unico dove si venda l’umanità incartandola in un palmo di celluloide. È la città più ricca di giovani, ma più povera di gioventù. In questo caravanserraglio di falliti e di arrivisti, di illusi e di delusi, in questa bottega di fama e di fame ognuno evita l’amico dall’aria triste, l’amica con le lacrime a fior di ciglio: perché ognuno sa cosa vuol dire quel linguaggio muto ma non può farci niente, non ha il tempo di consolare una pena. E ingaggiata la corsa al successo: chi arriva ultimo, peggio per lui.

Ogni divo o stella è vittima del suo press agent o di quello della sua Casa. Gli avvenimenti lieti o tristi, i lutti o le gioie, i sentimenti filiali o materni, l’amore o il divorzio, lo smarrimento d’una collana di perle o la nascita d’un bimbo, un nuovo modello di pigiama da spiaggia o i ricatti d’una banda di gangsters danno pretesto alla réclame. Tutto serve per arrampicarsi in vetta alla notorietà. Tutto meno una cosa: invecchiare.

Invecchiare! È il deprofundis non solo per le stelle, ma anche per i registi. Poiché a Hollywood non basta restar giovani, per non essere vecchi. Bisogna, ogni giorno, riaccendere i fuochi d’artificio della voga, ridestare la curiosità della folla, contrastare il passo ai « più giovani » che cercano di farvi lo sgambetto.

Ma la lotta, quasi sempre, è inutile. Questi registi « colossali », queste vedette « sublimi », questi astri « folgoranti » se ne vanno come son venuti, in fretta, senz’appello. Allora è la discesa fatale, penosa. Si è debuttato come comparsa, si è ottenuto il titolo di « stella » con mille sacrifici, e si torna a far la comparsa. Questa è la legge. Hollywood è un immenso ottovolante, con questa differenza: che non si pagano due o tre lire per salirci sopra. Si paga di persona.

Registi che furono grandi tapinano da una Casa all’altra offrendosi come manovali, attrici un giorno celebri chiedono in ginocchio una particina da figurante, donne una volta ammirate e non ancor vecchie fanno le governanti o le cameriere. Le più fortunate hanno sposato impiegatucci e, lusso supremo, vanno al cinematografo ogni tanto, ma per vedere gli altri, quelli che una volta facevano le comparse e che ora son protagonisti. E forse pensano: « Oggi a me, domani a te ». Ciò che conta è che quel domani non spunti mai. Qualche deluso, trova ancora la forza di chiedere l’elemosina per rimpatriare.

— Se si trattasse — mi confidava un mattino una giovane « stella » che faceva colazione con una foglia di lattuga alla quale aggiungeva, come dessert, una tazza di caffè e una pastiglia d’aspirina — se si trattasse soltanto di non invecchiare e di restare alla moda, bè, si potrebbe anche resistere, almeno per qualche anno. Ma bisogna conservare la salute in condizioni inumane. Bisogna sviluppare i muscoli senza che si vedano, ammalarsi a forza di digiuni e non perdere l’elasticità, bruciarsi gli occhi allo « studio » e conservare lo splendore dello sguardo, passare notti bianche e aver l’aria riposata. Ah, ve lo giuro, una vita d’inferno!

Nel dirmi questo, si guardava nello specchio e capivo che non mi aveva detto tutto: non parlava del volto. Perché, oltre a tutto, rimane il volto. Un’eccessiva stanchezza lo guasta, un riposo prolungato lo sciupa. Alle prove in teatro, attori ed attrici hanno diritto, qualche volta, di avere i lineamenti stanchi: alle prove di un film, mai. Perché « si gira ».

E le rughe? Sulla scena si possono correggere. Una truccatura a regola d’arte trasforma una donna di cinquant’anni in una di venti. Ma come nascondere le rughe sotto le frecciate dei riflettori, tra un mitragliar di luce inesorabile? E quando le gote s’afflosciano, e spuntano le borse sotto gli occhi, e la fronte si incrina, e il naso perde la linea? Allora, entra in scena il chirurgo, l’artefice di bellezza posticcia, ultima risorsa di tutte queste condannate alla bellezza eterna. Ma anche questo restauro ha un limite. Non si possono rattoppare indefinitamente volti stanchi, risuolare tratti sfiniti. E allora…

Allora, è la fine. Bisognerebbe fare le « vecchie signore »: ma sullo schermo non è possibile. Le dive famose per la loro bellezza non hanno scelta: o hanno vent’anni o non son più dive. Siamo nel regno delle immagini, non in quello delle illusioni. Appena una « vamp » ha cessato di brillare, tramonta: star vuol dire stella!…

Altra fatica sfibrante: le prove; si prova al mattino, al pomeriggio, alla sera; talvolta anche di notte. E guai ad essere stanche, guai ad avere l’emicrania. Bisogna ripetere una scena decine di volte, e, quel che più conta, ripeterla « rimettendosi nell’ambiente ».

— Tagliate!…

Ecco la parola che ghigliottina la inspirazione, che ferma il sorriso o il singhiozzo della diva, l’amore o la collera del giovane rubacuori. Se è facile, un minuto dopo, ritrovare il sorriso, non è tanto comodo spremere altre lacrime. Questa mancanza di frontiere tra la realtà e il trucco, tra la sincerità e la menzogna, e che si rileva nelle cose, è soprattutto penosa nelle persone. Nella storia truccata dei loro amori, nei matrimoni pubblicitari, nella esistenza romanzesca, dove finisce o dove comincia la finzione?

Ma queste domande, a Hollywood, non si devono fare. Sarebbe inutile. Perché, nel regno della celluloide, non c’è tempo di aspettare l’amore. E, se viene, bisogna far le valige e cambiar aria. E non tornarci più. Questo segreto, tutte le dive lo sanno. Ma non abbandonano Hollywood. Perché non amano? No; perché se se ne andassero non sarebbero più « stelle », tornerebbero donne. Parola dolce e terribile che hanno ormai cancellato dal loro vocabolario standardizzato.

Goffredo Alessandrini