Paolo Stoppa è più elegante di Brummell

Paolo Stoppa e Lyda Rocco

La satanica risata di Richard Widmark è proprietà di Paolo Stoppa: come pure quei toni ambigui e sottilmente inquisitori, quella voce morbida ed equivoca. Il viso di Stoppa aderisce molto bene alla voce. È una maschera stranamente allusiva, con dei tratti quasi demoniaci e i segni di una furberia cosi spietata da confinar, a volte, con l’allucinazione.

Si tratta di cosa evidente: eppure i nostri registi sembrano non averci badato. Il solo
De Sica ha voluto Stoppa per incarnare un barbone dalla grinta aspra, una specie di genio malefico della povera gente. Gli altri si accontentano di scritturare Stoppa per dei ruoli scioccamente comici. Anche Visconti, se facesse del cinema in continuità, avrebbe fiducia in Stoppa come attore drammatico, e gli affiderebbe dei personaggi tormentati e ossessivi, alla spietata ricerca di una verità o di un riposo difficili a trovarsi. Visconti volle che in una edizione di Delitto e castigo da lui diretta, Stoppa fosse Raskolnikoff. Ancor oggi la scelta mi pare sia stata intelligente. Non v’è da fare gran fatica per scoprire
tra le pieghe del volto di Stoppa la luce di uno spirito inquieto e folle. Il teatro non ha i mezzi per porre in luce questi valori espressivi, e sono certo che se l’esperimento lo si fosse tentato in cinema, la maschera di Stoppa avrebbe eguagliato quella, pur così tragicamente devastata, di Blanchard.

Parrà strano ai lettori che io insista nel voler proporre loro uno Stoppa così decisamente votato alla tragedia. Eppure, non escludendo le sue doti classicamente comiche, credo che Stoppa debba coltivare proprio un suo destino di attore cinematografico drammatico.

Non gli sarà facile cancellare tutta una storia precedente quando ragazzo entrò in arte a fare il « secondo brillante ». Allora il suo viso era molto più sereno e frivolo, il naso a virgola donava allegria a un volto tondo ed innocente. La stessa voce, più chiara e meno carica di intenzioni, suggeriva subito l’ilarità.

Stoppa recitò molto accanto a Gandusio, e dal maestro acquistò quei movimenti un poco frenetici che ancor oggi lo perseguitano. Anche la sua natura di romano spensierato, lo aiutava a credersi destinato a parti un poco vuote ed insipide. Del resto anche i primi esperimenti cinematografici ci presentavano uno Stoppa allegramente stupefatto (Assenza ingiustiflcata), divertito e petulante. Ma la natura di uomo di Stoppa subiva anch’essa la sua evoluzione: a poco a poco cominciavano a subentrare le preoccupazioni d’ordine spirituale, l’amore per i buoni libri e per certi problemi politici. Tutte istanze non disgiunte da un amore per l’eleganza, per la vita comoda, per i begli oggetti antichi.

Ma era difficile trovare registi che intuissero i fermenti spirituali di Stoppa. il maturarsi della sua maschera quel suo diventar uomo, e li soddisfacessero con l’offerta di soggetti adatti alla personalità dell’attore: più facile, invece, che registi praticoni e frettolosi si servissero di Stoppa, memori del viso eternamente vispo, offrendo contratti abbastanza lauti, tali da consentire a Stoppa l’acquisto di due automobili, di un appartamento, di uno splendido guardaroba. Così l’attore, lusingato nelle sue esigenze di uomo raffinato e un tantino pretenzioso, finiva per assopirsi nell’inutile attesa di quel famoso soggetto.

In compenso il teatro gli era meno avaro di sincere soddisfazioni: Stoppa entrò a far parte del complesso del Teatro Eliseo con Cervi, la Pagnani, la Morelli, Barnabò, Ninchi, e si segnalò subito per certi suoi caratteri shakespeariani molto estrosi. Il particolare curioso fu che tutti i succitati attori, esclusa la signora Pagnani, presero alloggio in tanti piccoli appartamenti situati nel palazzo del Teatro Eliseo. Questa nuova sistemazione pratica — Stoppa alloggia altrove, ma vive praticamente nel circolo delle «Stanze» — ha influito sulla storia spirituale dell’attore che si è trovato, meritatamente, in un « giro » forse un poco snob ma utilissimo ai fini delle sue osservazioni e del suo lavoro.

Nacque proprio alle « Stanze » la compagnia di prosa Morelli—Stoppa, diretta da Visconti, certo uno dei complessi maggiormente impegnati in questo curioso teatro del dopoguerra. E in questo cenacolo mondano frequentato da registi, sceneggiatori, attori, Stoppa trovò una piena soddisfazione ai suoi gusti, ad una certa smania che sempre lo pervade — smania che si traduce in voler sapere tutto di tutti, in voler anche apprendere, stabilire sempre nuovi contatti e intrecciare conoscenze.

Forse questo suo desiderio di uomo lo distrae da altre preoccupazioni che pure urgono in lui e fa sì che certuni ancora oggi equivochino sulle sue reali possibilità e lo credano un attore solo divertente o tutt’al più, un temperamento genericamente drammatico. In un ambiente cinematografico come il nostro, ove si bada troppo alle apparenze, nuoce vestir bene e bere qualche whisky. Si pensa subito che quell’attore non sia idoneo a ruoli di impegno, adattissimo invece a parti fatue (è il caso di un altro eccellente attore, Aroldo Tieri, che i registi si ostinano a proporci come leprotto in fregola).

Cosicché Stoppa è schiavo della sua automobile, dei suoi vestiti, dell’aperitivo seralmente consumato alla Quirinetta, l’elegante bar romano frequentato dagli attori chic. Un caffè dove Richard Widmark, personaggio, non andrebbe mai.

Sandro Bolchi
Roma, Ottobre 1951

Nella foto: Paolo Stoppa e Lyla Rocco in una scena del film “Prima di sera” di Piero Tellini (1954).