Milano, il cinema e gli scrittori

Rocco e si suoi fratelli di Luchino Visconti

Nel dopoguerra degli « anni venti », la Milano letteraria del Savini e di altri caffè della Galleria assunse ben presto un aspetto « commerciale » che finì, alla lunga, per dare sui nervi ai letterati romani arroccatisi beatamente nella « terza saletta » dell’Aragno e dietro le pagine severe della Ronda. Obbedendo alla sua vocazione di capitale « europea », Milano riscuoteva un notevole successo al di fuori delle industrie  e dei commerci anche nell’orto delle Muse. Com’era possibile? Voleva dire, secondo i rigoristi della Ronda, che c’era qualcosa di marcio lassù tra le nebbie dei navigli (non erano stati ancora coperti, ma la nebbia è restata…). In tale discorso c’era molta verità; ma c’erano pure patenti ingiustizie. Quando la letteratura conquista, non si dice un pubblico volgare, ma un pubblico largo, lo fa attraverso quei generi letterari, il romanzo e la commedia, che sono di più facile accesso. Ora, eccellenti nell’elzeviro, nella poesia, nella prosa d’arte, i « rondisti » non avevano pubblico anche perché non lo cercavano. I « milanesi » come Calzini, Da Verona, Mariani, Gino Rocca scrivevano romanzi che bastava a capirli la licenza di quinta elementare. Tra l’altro, erano, a loro modo, scrittori impegnati con la politica e il costume: interessavano, oltre i lettori onnivori, ragionieri e sartine. Come meravigliarsi del loro successo in un’Italia che, vinta con grossi sacrifici una guerra tremenda, cercava nervosamente una strada nuova? Ai politici, ai giovani della borghesia colta, tale strada potevano offrirla Gobetti o Soffici, i protestanti di Conscientia o i comunisti dell’Ordine nuovo, i testi di Croce, i romanzi di Federico Tozzi, o i drammi di Pirandello. Ma gli altri?

Sebbene, a guardarla con gli occhi dei sopravvissuti, la letteratura « milanese » non appaia, alla fine, tutta spregevole (basterebbe a salvarla un romanzo come La commediante veneziana di Raffaele Calzini), è chiaro che le ragioni della cultura vera erano dalla parte dei romani. Paradossalmente, ma non tanto, considerando che Milano è sempre una città-guida, le ragioni dello spirito dovevano nella metropoli di Beccaria e di Manzoni rifugiarsi, durante il fascismo, negli studiosi di cinematografo, in una pattuglia di giovani che credevano al cinema come arte. Si chiamavano Luigi Comencini, Alberto Lattuada, Dino Risi. Iniziarono come organizzatori di cine-club e raccoglitori e rabberciatori di vecchie pellicole; nel dopoguerra sono finiti a Roma come registi con il successo che tutti conosciamo. Un successo, diciamolo subito, che non sempre ha coinciso con il loro desiderio di mettere in opera film che fossero in armonia con il loro passato di studiosi e di esteti.

Cos’era successo? Era accaduto un « rovesciamento di alleanze » al modo delle monarchie assolute di una volta. Venticinque anni prima i letterati romani avevano denunziato il « tradimento » dei colleghi milanesi; ora i « puri » milanesi del cinema, giunti a Cinecittà con l’idea di realizzare gli omologhi nazionali del Diavolo in corpo di Jezabel, di Accadde una notte, erano stati costretti nei lacci della produzione commerciale. Questa volta la « purezza » veniva dal settentrione e il commercio aveva sede negli uffici della capitale. Sono cose che capitano. Perché è proprio dal nord che è venuta una voce nuova alla letteratura, negli ultimi tempi.

Non son passati poi tanti anni, dodici o tredici, che certi amici e colleghi mi dicevano con un sorriso: « Ma come mai tu mescoli sempre alle tue recensioni nomi di scrittori, citazioni dei loro libri, analogie con il racconto cinematografico? Ma il film è un’altra cosa, non ha nulla da spartire con la letteratura! ». Bene, ora son lì tutti pronti a citar questo o quello, a spiegare La sfida con Giustino Fortunato e I magliari con Lukas. Cosa volete farci, la cultura è lunga, è difficile, è una faccenda penosa. La maggior parte di coloro che si occupano di cinematografo sceglie la storia dell’arte filmica come una scorciatoia, perché il cinema ha meno di un secolo di vita, e le altre arti riposano sui millenni; poi cominciano le difficoltà e ci si accorge che il cinema è un concentrato delle arti più antiche, appartiene alle arti visive perché è ricco, organicamente, di valori figurativi. Poi è pieno di implicazioni sociologiche e allora conoscere la filosofia e la storia non fa affatto male; e si svolge, sempre, come un racconto di fatti quindi ha
una quantità di parenti nella letteratura narrativa.

Finalmente, si è fatta un’importante scoperta; che mentre la letteratura nazionale del dopoguerra ripeteva moduli antichi, o appariva rozza e scevra di qualità di, arte nelle formule nuove, il cinema nostro era nello stesso tempo bello e vero, poetico e realistico. Poi, per ragioni che sappiamo tutti, c’è stata un’involuzione mentre la letteratura, fattasi ardita, è ora in pieno sviluppo, e, guarda caso, proprio per merito dei « milanesi ». Un oscuro filosofo medioevale, accusato di darsi troppa importanza rispose ai propri accusatori: « Noi vediamo più in là di Platone, Aristotele e Sant’Agostino, non perché ci crediamo più geniali di loro, ma solo perché siamo montati sulle loro spalle! ».

Verso gli anni trenta, un uomo tranquillo, laureato in filosofia ma anche ingegnere, Carlo Emilio Gadda, senza far chiasso, scopriva, parallelamente ai filologi delle università, il bilinguismo della letteratura italiana c’erano due filoni della nostra poesia, il petrarchesco, dotto, curiale, accademico, cortigiano ed impettito, e il dantesco, scaturito dalla lingua di tutti, polemico, forte, « engagé » con la politica e pieno di male parole. Il narratore di Adalgisa avrebbe avuto la propria epifania nel dopoguerra; il milanese si faceva romano attraverso le mirabili, dense pagine del Pasticciaccio vantava presto un discepolo nel Pasolini di Ragazzi di vita e di Una vita violenta, mentre a Milano apparivano tre giovani autori che, raccolto il messaggio gaddiano, ne applicavano la poetica con vario talento e fortuna. Diciamone subito i nomi: Giovanni Testori (La Gilda del Mac Mahon); Alberto Arbasino (Anonimo lombardo); Umberto Paolo Quintavalle (Capitale mancata). Già nei titoli il loro « milanesismo » è evidente: La Gilda del Mac Mahon richiama uno di quei viali della periferia milanese, lucidi di binari, spettrali nel neon della sera, che ricordano certi film di Fritz Lang; Anonimo lombardo ha nel titolo stesso una « dichiarazione di princìpi »; Capitale mancata allude ironicamente a uno dei « pallini » della buona borghesia lombarda su Milano « capitale morale » del nostro paese.

Ora vedete un po’: Pasolini è uno degli sceneggiatori e soggettisti più richiesti del momento; il Pasticciaccio di Gadda è stato adattato a film da Pietro Germi; i libri di Testori, Arbasino, Quintavalle espongono vicende che sono « naturaliter » cinematografiche.

Concludendo: nel passato prossimo è sempre esistito uno scarto tra cinema e narrativa. Quando erano buoni i film, erano scadenti racconti e romanzi, e viceversa. Nella presente stagione di rinnovamento, si ha l’impressione che letteratura e cinema marcino all’unisono verso esiti soddisfacenti per la cultura nazionale. Mentre per ciò che riguarda la letteratura si può stare relativamente tranquilli, per il cinematografo, arte incatenata al successo, bisognosa di denaro e di una censura illuminata, le cose possono guastarsi, d’un tratto, come quei cieli della tarda estate che si fanno foschi all’improvviso e pieni di fulmini. Lasciamo ad altri il compito dei profeti sembra tuttavia al critico di buona fede che sia giunta l’ora degli uomini di buona volontà.

Pietro Bianchi
Milano, Ottobre 1959