La Bella Otero ovvero della vita perduta

Bella Otero La mia vita

Le memorie della Bella Otero (edizione Bardi) non esito a dichiarare che costituiscono un libro interessantissimo e d’utilissima lettura. Per chi non avesse un’idea dirò che si tratta di Memorie scritte con uno spirito non inferiore a quello di Giacomo Casanova. La Bella Otero fu tanto bella donna quanto impareggiabile scrittrice: ottima nel testimoniare della sua vita e dei suoi casi d’artista. Cinica sino alla sfrontatezza, ella non esitò a raccontare le gherminelle da lei poste in atto per carpire denari, gioielli, collane a tutti i notabili dell’universo. Nè fu di meno spietata quando enumerò i casi di suicidi d’amanti accaduti senza colpa di lei. Secondo le sue testimonianze sembra, anzi, che vi sia stato un tempo romantico, lontano dai nostri tempi duri e volgari, nel qual tempo romanticissimo gli uomini gettavano la vita all’Erebo almeno uno al mese per amore portato ( e non corrisposto) alla Bella Otero. La diva annotava il nome degli andati all’altro mondo per lei, e quindi passava disinvoltamente alla descrizione dei doni di pellicce ricevute da parte di altri suoi scuoiati. Non ebbe neppure esitazione a far sapere che sua madre era una di quelle che costringevano i mariti a farsi ammazzare in duello: cosa lontanissima dai gusti e dalle preferenze delle dive moderne.

Nel libro c’è la descrizione d’una pizzicheria parigina da fare invidia a Pietro Aretino e da battersela con le descrizioni dei mercati di Rialto, così bellamente, in scarmigliata pittoresca prosa testimoniate dal divino Pietro nelle Lettere. Quel che poi la bella Otero racconta di suo marito è quanto mai di più itifallico  si possa immaginare. Lei poneva, al marito, corna a tonnellate, e poi rimproverava il povero cornuto per avergliene messe un sol paio alla volta e con vile fantesca. Nè si creda che le preferenze della bellissima Otero andassero ai grandi tipi di uomini, o ad uomini di carattere strano più o meno. Andavano, viceversa, ai suoi suonatori di chitarra e persino ai custodi dei suoi gioielli.

D’altra parte non è da credere che la Bella Otero fosse soltanto amante di sé e cattiva d’animo. Era, come lo sono tutti i grandi artisti, nello stesso tempo buona e cattiva. Pietosa e crudele. Caritatevole ed avara. Ma innamorata da piangerci sopra, mai con nessuno, in nessun caso. La Bella Otero, infine, non era che una innamorata di se stessa: e non tanto della sua fisica bellezza, quanto era gelosa che codesta fisica bellezza non avesse a renderle, a sufficienza, amori e gioielli. Si dimostrò caritatevolissima verso una sfortunata sua compagna di palcoscenico e di prime armi. Distolse, pietosamente, costei dal vizio dell’alcol e degli stupefacenti.

In quanto a morale (a questa debolezza di cervello come sembra che sia secondo Rimbaud e secondo le persone non affezionate o non innamorate) la Otero non seppe mai dove stesse di casa. Tradiva invariabilmente, imperturbabilmente, tutti quanti: amanti, impresari, compagni di scena; perfino tradiva i critici suoi ammiratori. Il suo metodo, ed anzi il suo metodo d’impassibilità, consisteva in questo: prima d’andare da un amante si faceva quietare i sensi da un amantucolo qualsiasi: forse anche da un segreto sguattero, e dopo, a sensi quietati, le era facilissimo agilmente danzare sopra la scena, e come armonioso serpente avvolgersi voluttuosamente su sé stessa o fare come le onde del mare, che ripetono in riva quieta l’ondeggiare dei cavalli dell’alto oceano. A leggere le sue Memorie sembra che ella non abbia mai sofferto alcuna contrarietà: nemmeno abbia sofferto in tempi di magra d’affari o quando aveva contrari la platea o la critica. Senonché è anche vero che non ebbe quasi mai critica o platea contrari alla sua bellezza, al suo fascino, alla sua bravura, e alla sua dinamica volontà.

Se tale è il destino, il genere d’esistenza delle belle donne di teatro, è da domandare se non convenga al altre creature essere meno belle delle bellissima Otero: donna non infelice soltanto perché sempre si prestò supinamente a conformare la sua volontà al suo genio, o ai suoi desideri di bellezza di Venere Anadiomene: alla quale, infatti, si crede che come le due famose gocce d’acqua ella assomigliasse. Forse amò soltanto il suo primo seduttore del tempo collegiale: e fu quel Paco che l’aiutò a fuggire (di notte, dall’educandato dove l’avevano rinchiusa) per andare a farne di molti e sfavillanti colori amorosi per strade deserte e per boschi.

La ragione per cui le Memorie della Bella Otero passarono pressoché inosservate, va ascritta al tempo in cui vennero pubblicate per la prima volta: e cioè, nei mesi fatali, dell’estate del 1943. La guerra, la grande tempesta politica e civile, sommersero, fra le immense macerie, anche questo libro.

Luigi Bartolini