Molti sogni per le strade: Via Veneto

Federico Fellini

Fu un freddo inverno, quello del ’58. Finalmente l’estate esplose. In ritardo, ma caldissima. E continuò fino a ottobre. A Roma il trenino per Ostia e i pullman per Fregene erano stipati, ancora dopo settembre, di gente abbronzatissima che voleva prolungare nel sole già tiepido la «tintarella». Il primo abito di lana si indossò a malincuore. Immediatamente dopo cominciarono le prime piogge e il freddo. La lunga estate del ’58 era finita. Si sfogliavano i rotocalchi di un paio i mesi prima. Sì, effettivamente era stata proprio una «calda estate». E non solo come temperatura. Fu, infatti, una delle più torride del dopoguerra, animata da scandali, affollata da personaggi clamorosi. Novella Parigini, l’animatrice di via Margutta, la strada degli artisti, dipingeva le sue donne-gatto per la strada, sdraiata su un’amaca regalatale da Ali Khan; la Roma-bene organizzava «orgette» sull’Appia Antica; Belinda Lee faceva coppia col principe Filippo Orsini; Maurizio Arena cambiava ogni tre sere la macchina; Ava Gardner aveva una cotta per Walter Chiari. Via Veneto, che durante le ore pomeridiane era il luogo di appuntamento delle ragazze di buona famiglia e delle vecchie signore, dopo le nove diventava il quartier generale della cafè-society internazionale.

Tutto si svolgeva puntualmente, quasi obbedendo a un misterioso ingranaggio: verso le due, cominciavano i monologhi di Orson Welles davanti a un gin-fizz, e alle tre, ecco il motore rombante della Mercedes 300 della Svedese, o Ghiaccio Bollente, o Miss week-end, o la Ragazza-dea, o Miss Iceberg, o V. I. S. (very important sexy), insomma Anita Ekberg.

Verso le cinque, puntuali come l’orologio ad acqua di Villa Borghese, arrivavano gli schiaffoni che Anita prendeva dal legittimo consorte. Dopo una mezz’ora, passava Linda Christian avvinghiata all’ultimo flirt. Tutto ciò, sotto i lampi spietati dei flashes, e più ancora, sotto un paio d’occhi, forse ancora più spietati: ciò che poteva sfuggire alle macchine fotografiche difficilmente riusciva a sfuggire all’attenzione del regista Federico Fellini che aveva in mente, ormai da diverso tempo, un grosso progetto. Perché non portare sullo schermo quella società sbandata?

Mai nessuno ci aveva provato prima. C’erano stati, sì, registi italiani che avevano sentito il problema, ma mai nessuno era riuscito a portare sulla schermo la vita reale di quei personaggi per i quali la giornata comincia alle nove di sera e finisce con le luci dell’alba. Era un sogno ambizioso. «Troppo ambizioso!», disse il produttore De Laurentiis, quando il regista gli propose di produrre il suo film.

In verità, la mattina che negli uffici di via XXIV Maggio avvenne la ratifica degli accordi tra Federico Fellini e Dino De Laurentiis, circolava aria di festa, ed entrambi continuavano a ripetere fra un abbraccio ai giornalisti ed una strizzata d’occhio ai collaboratori, che il risultato sarebbe stato una produzione ad alto livello.

Ma si trattava in sostanza di un equivoco, o, meglio, di una favola, perché il primo sognava di portare sullo schermo le storie che durante la notte gli bussavano alla testa, mentre il secondo pensava segretamente alla Divina Commedia e al ciclo dei Nibelunghi. Ad ogni modo con tanti sorrisi da distribuire agli ospiti, con il vento di riconoscimenti e milioni incassati dalla Strada e Le notti di Cabiria che aleggiava ancora intorno, e tanti anni, assicurati dal contratto, davanti (fino allo scadere del 1963), non valeva la pena di farsi rodere dal sospetto.