Il Festival veneziano secondo il Duca di Laurino

Mostra d'Arte Cinematografica di Venezia

Lo si voglia o non lo si voglia riconoscere, il Duca di Laurino è uno dei personaggi più importanti della Cines, e, per quanto ci sia arrivato da poco, si può dire di lui quello che si dice dell’anima gemella: che erra per lungo tempo in cerca dell’altra, finché la ritrova, e ci s’attacca, e di due se ne forma una sola; così il Duca di Laurino dopo lungo errare ha trovato l’anima gemella, la Cines, e ha esclamato: « Ci siamo… e ci resteremo! ». E c’è restato.

Era logico, dunque, che ci fossimo rivolti proprio a lui, a nessun altri che a lui, per sentire le impressioni e i risultati della recente adunata cinematografica veneziana.

L’abbiamo trovato nel guardaroba della Cines, in quella specie di fondaco dove si ammucchiano vestiti di tutte le epoche e di tutte le nazioni, dalla foglia di fico al tailleur e alla marsina: scamiciato, scalzettato, insandolato, cercava tra tutto quel ciarpame i costumi per gl’interpreti di un prossimo film.

Ottenere un’intervista da Laurino non è cosa facile, né consigliabile; ma ci eravamo premuniti: una browning nuova fiammante nella destra, e un coltello a serramanico nella sinistra; e abbiamo raggiunto lo scopo, prendendolo alle spalle.

— Cedo alla forza e alla prepotenza — ci ha detto, lasciando cadere le braccia che aveva già alzate terribilmente minacciose. — Interrogatemi!

— Retour de Venice, n’est-ce-pas? Fuori le impressioni, dunque!

— Oh! Prima di tutto, Venezia è una città costruita sul mare: mare dappertutto, alla porta di casa, sotto le finestre; si prende il vaporetto invece del tram, la gondola invece della botte, il motoscafo invece del tassì…

— Le domando le impressioni sul Festival cinematografico…

— Ho capito. Il Festival cinematografico dimostra che anche a Venezia si è finalmente capito che la cinematografia è…

— … un’arte!

— … ohibò! che la cinematografia è l’unico mezzo per dar valore commerciale alla Biennale, per darle, cioè, movimento di gente e afflusso di quattrini. L’hanno capito tanto bene, che hanno organizzato il Festival cinematografico con i criteri più squisitamente commerciali; e il risultato pratico, finanziario; è stato brillantissimo: una speculazione indovinata!

— E voi come vi siete trovati?

— Benissimo, tanto da rimpiangere che di Festival di questo genere non ce ne siano un paio al mese. Scherzate? Essere alloggiati all’Hôtel Excelsior, trattati da principi senza spendere un soldo, circondati dalla più commovente deferenza, muoversi, infine, nell’atmosfera di celebrità, di divi, che oramai è l’atmosfera di ciascuno di noi, è una cosa che non può non far piacere, e della quale dobbiamo esser grati alla Direzione della Cines.

C’erano con me quelle brave figliole di Leda Glora e di Isa Pola, che erano diventate tanto popolari, che non potevano far un passo senza inciampare nei mille inevitabili inconvenienti della celebrità, e senza destare incendi di passioni, o provocare qualche suicidio. E vi assicuro che era una bella fatica da parte mia spegnere gl’incendi e praticar la respirazione artificiale ai suicidi, e difendere le mie due stelle italiane, anzi internazionali, dal contatto plebeo — chi non è un divo è sempre plebeo, anche se abbia i secoli di nobiltà degli Orsenigo o i milioni del Conte Volpi. Blasetti, poi, ha fatto strage: una principessa russa lo ha graffiato per gelosia, e una miss americana, figlia del re della carta moschicida, ha tentato di rapirlo; prima di ripartire ho scoperto che la principessa russa era la venditrice di angurie sul viale del Lido, e che la miss americana della carta moschicida era una lavandaia dell’albergo; ma son cose che fanno piacere lo stesso, no? e mi son guardato bene dall’avvertire Blasetti che avevo scoperto il trucco.

Un piccolo disappunto c’è stato, è vero, per i nostri ragazzi; ma presto dimenticato. Leda Gloria e Isa Pola erano partite in quarta velocità per misurarsi in bellezza, in eleganza, in virtù interpretative, con le più strombazzate dive americane: Leda aveva scelto come sua vittima Janet Gaynor, e Isa aveva scelto la Crawford; d’altra parte, Blasetti aveva giurato di far un sol boccone di Rouben Mamoulian e di King Vidor; ma all’ultimo momento questi fifoni di americani, informati delle intenzioni bellicose degli astri della Cines, si son visti perduti, e hanno disertato il campo, e c’è chi li ha scorti al primo piano di un’osteria di Calle dei Fabbri a farsi, sotto la guida del comm. Umberto Paradisi, una scorpacciata di fritto di scampi  e di aragosta con maionese.

Roma, Anno Domini 1932.