Difendersi dal “buon senso”

Quartieri alti di Mario Soldati

Luglio 1945. Si ha in genere il torto di sottovalutare quanto possono essere pericolosi gli stupidi e si giunge fatalmente al risultato di lasciarli fare perché « tanto non fan male a nessuno », senza accorgersi che ovunque essi si insinuino, approfittando della superiorità numerica cercano di imporre uno stile ed un costume che è poi il « loro » costume.

L’insidia è tanto più temibile in quanto lo stupido è tremendamente attivo e sa frazionare la sua attività in maniera tale che, se anche gli si dichiara la guerra aperta, non si riesce mai a tagliare tutti i fili della rete ch’egli ha saputo sapientemente disporre.

La maggior  parte degli innumerevoli mali che affliggevano ed affliggono tuttora il cinema italiano, dipendono in linea diretta da questo strato di individui che più o meno si ritrova in tutte le categorie di coloro che hanno a che fare con il cinema.

Se non libereremo una volta per sempre il nostro cinema dalla intossicazione di « fine buon gusto » e di « buon senso » caratteristici di certa ristretta mentalità borghese, il cinematografo morirà di una « elegantissima » inedia o di una « mondanissima » anemia.

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In quello spassoso e intelligente libro di Ercole Patti che s’intitola Quartieri alti, nel quale si parla di quel curioso mondo che, prima d’essere spazzato via dagli avvenimenti seguiti all’armistizio, aveva posto le tende nel tratto di via Veneto che va da Porta Pinciana a via Ludovisi, c’è un capitolo, “Rivelazioni sui cinematografari”, dove viene descritto lo strano modo di vestire in uso presso i registi cinematografici, e i loro collaboratori e tirapiedi. E si conclude: « Forse questi particolari apparentemente insignificanti, potrebbero spiegare tante cose sul perché di certi film, sul gusto di certe inquadrature, sui visi e sulla maniera di recitare di certi attori. Parliamoci chiaro, anzi. Quei maglioni, quelle pipe, quegli stivaloni, quelle sciarpe a pallinoni spiegano tutto benissimo ».

Non diciamo di no: indubbiamente il modo di vestire, che è poi anche il modo di vivere, dei cosiddetti « tecnici » del cinematografo, giova non poco a spiegare una certa mentalità che presiede alla nascita dei film italiani, e li fa apparire nove volte su dieci non come la rappresentazione della vita di noi, comuni mortali, ma piuttosto come una favola in cui venga raffigurata la vita degli abitanti d’un altro pianeta. Ma non si spiega tutto. Non si spiega, ad esempio, come mai altri lavoratori intellettuali del cinema, quali i soggettisti, gli sceneggiatori e gli scenografi, che non sono meno importanti dei registi e degli aiuti direttori e non vestono alla loro maniera, si adattino senza protestare, e collaborino con essi alla creazione di film per i quali c’è da meravigliarsi come scrittori, artisti, giornalisti di chiara fama, non si siano vergognati di legare a simili pasticci il loro nome.