Vittorio De Sica vive con un copione sottobraccio

Si gira Ladri di biciclette estate 1948

Roma, giugno 1948

De Sica, in confidenza, guardato da vicino, al momento che si butta, anima e corpo, al lavoro di questo suo nuovo film Ladri di biciclette, vive portando sottobraccio il copione. Tutte le mattine sbarca da Zavattini che abita in fondo a Via Nomentana, e con lui rimane fino alle due del pomeriggio. I personaggi del film, li sa a memoria, ne parla come di amici, li spia, e tanto gli sono vicini e familiari che è certo di incontrarli domani, per la strada, forse poche ore prima di dare il primo giro di manovella. Così è accaduto infatti per i tre protagonisti della vicenda, i quali sono un operaio, la moglie, e un ragazzino di nove anni. Vittorio li ha riconosciuti tra cento, proprio in mezzo alla strada; e non c’è stato bisogno di presentazione, che quelli si sono lasciati trascinare davanti alla macchina da presa, estranei come erano al lavoro che De Sica imponeva loro con una prepotenza cocciutissima e con una forza di persuasione che non ammetteva incertezze. Bisogna vedere la maniera ch’egli ha saputo adoperare per fare di questo operaio , fino a ieri chiuso nelle officine, un attore. Lo ha letteralmente incantato, facendogli credere alla realtà della vicenda del film.

De Sica è il primo a credere religiosamente nella storia che racconta, e il suo metodo di lavoro si raccoglie appunto in questa certezza. Dirige recitando, lui per primo, attentissimo, con un zelo acceso. La sua persuasione è tutta diretta a stabilire una intima confidenza con l’attore improvvisato che si sente protetto e si abbandona in lui, svuotato, un fantoccio che si anima alla voce del suo mago. Ormai, dopo una ventina di giorni di lavorazione, i tre protagonisti seguono Vittorio come tre figlioli affezionatissimi. Ma dietro il metodo, la tecnica, lo stile è una verità umana riconoscibile in De Sica uomo e non artista. Poiché il segreto di questa sua arte è nella chiarezza del suo carattere, della sua naturale bontà.

De Sica è nella bontà, nell’ansia di voler dimostrare che soltanto al lume della pietà è possibile ritrovare la bellezza dell’arte. da qui nasce il realismo di Sciuscià che ha origini antiche, si può dire classiche: lo ritroviamo tuttora intatto e lucentissimo nelle novelle di Salvatore di Giacomo, di Verga, di Matilde Serao. Realismo che oggi riappare in forma diversa sullo schermo, soltanto perché le amarissime esperienze di questi anni hanno preso forma ed aspetti nuovi. Ma il seme è lo stesso.

De Sica ricompone la favola Ladri di biciclette sulla realtà. Infatti appena due interni saranno costruiti in studio. Tutta la vicenda sarà girata dal vero, uomini e cose, strade e case, piazze e vicoli. L’avventura è incominciata nella Roma di oggi, tra Via Nomentana e Castel Sant’Angelo, dalla borgata di Val Melania a Via dei Coronari.

Il film, pur svolgendosi qui, non è schiavo dello spirito dialettale, poiché la trama si accende nella drammaticità di una situazione che può nascere in ogni ambiente; racconto cioè chiuso nella bellezza di Roma, ma che potrebbe accadere in una qualsiasi città. De Sica mira al sentimento, più che alla psicologia dei personaggi: li guarda soffrire e vivere.

Vederlo dirigere è una bellezza. Un artista senza posa, libero da ogni compromesso intellettuale, entusiasta come un ragazzino posseduto dalla finzione di un gioco serissimo. Gli attori devono essere armati della sua stessa innocenza. Li piglia dalla strada e fa loro credere nella vicenda del film.