Il conformista di Bernardo Bertolucci

Il conformista di Bernardo Bertolucci

Nel suo film più maturo, con Jean Louis Trintignant e Stefania Sandrelli, Bernardo Bertolucci è rimasto fedele alle idee e alle ragioni morali del romanzo pubblicato da Alberto Moravia nel 1951

Diremmo che Moravia porta fortuna ai registi: è accaduto a Francesco Maselli con Gli indifferenti, e si ripete per Bernardo Bertolucci, che ha sceneggiato e diretto Il conformista, dal romanzo che lo scrittore pubblicò nel ’51, suscitando discordi pareri della critica. I giudizi negativi furono in maggioranza. A distanza di tanti anni si può anche osservare che furono frettolosi. Bisognava badare più che al meccanismo del romanzo, alla forza delle idee che conteneva. Diremmo che il tempo, e la degradazione del costume, hanno lavorato per quest’opera misconosciuta che aggrediva una categoria piuttosto frequentata del comportamento umano, quella appunto del conformismo, atteggiamento che spinge l’individuo non a distinguersi dalla massa, ma a naufragare in essa, a confondersi con gli altri, assumendone, fatalmente, piuttosto i vizi e i difetti che le buone qualità.
(…)
Bernardo Bertolucci, con garbo e sensibilità (è anche lui scrittore in proprio, poeta raro), ha lavorato in sede di sceneggiatura sul romanzo di Moravia, apportando anche poche varianti al meccanismo dei fatti, ma restando assolutamente fedele alla tematica del libro, alle ragioni morali, ai significati ed agli allarmi che le pagine contenevano, alle idee che presiedono alla narrazione, la condanna del decadentismo, ammantato di drappi nazionalistici e patriottici, e del fascismo.
Bertolucci ha compreso perfettamente la lezione; sono memorabili le sequenze della villa decaduta della madre tossicomane di Marcello, con i tappeti di foglie che il vento di Roma aduna contro le mura rose dall’umidità, gli interni gremiti di cose di pessimo gusto, e l’ombra di D’Annunzio alle finestre socchiuse…
Alberico Sala (Corriere d’informazione 30/31, gennaio 1971)

Jean-Louis Trintignant, Il conformista di Bernardo BertolucciIl cappello di Marcello Clerici. Calcato sulle orecchie, a tese lunghe e dure, sembra fatto apposta per nascondere i trasalimenti del viso e per esasperare la compassata rigidità del corpo. È un’invenzione di Bertolucci, questa, che da sola esprime molti segreti intimi del protagonista e quindi molti significati tematici. Il suo film è tutto così: un insieme quasi sempre pregnante e organico di immagini magistrali.
Sergio Raffaelli (Letture, marzo 1971)

(…) un film di altissima suggestione e di stupenda raffinatezza formale, culturalmente denso e stimolante come pochi, la sua capacità evocativa, pur sofisticata, è di una potenza non comune. Dai gelidi e tetri fondali della Roma littoria dilatati a dimensioni kafkiane, alla struggente elegiaca immagine di una Parigi da “fronte popolare” (quanti ricordi e citazioni suggerisce quella “balera” montmartriana); dalla romanza di Schipa ritrasmessa stile trio Lescano all’Internazionale cantata dalla fioraia sui boulevards, quasi tutto nel film denota fertile inventiva, gusto ben assimilato e le accensioni visuali di un narratore per immagini che ha una ricca tastiera a disposizione (si pensi anche all’allucinante sequenza dell’eccidio nel bosco nevoso, fra il verticismo delle architetture arboree e i movimenti di macchina che ricordano l’ungherese Jancsó).
Giulio Cattivelli (Libertà, 13 marzo 1971)

Trasferendo sullo schermo a distanza di un ventennio, Il conformista di Alberto Moravia, Bernardo Bertolucci si colloca d’impeto tra gli autori di maggiore riguardo delle nuove generazioni cinematografiche. A questo punto, ci facciamo volentieri l’autocritica, per aver trattato con sbrigativa sufficienza le iniziali (e neppure acerbe) prove dell’oggi trentenne regista. Ma aggiungiamo che sia rispetto ad esse (La commare secca, Prima della rivoluzione), sia in rapporto ai film più recenti (Partner e poi La strategia del ragno, nota agli spettatori televisivi), questo Conformista segna uno stacco netto per maturità di linguaggio, intelligenza dei contenuti, originale padronanza del mezzo espressivo; e anche per la sua capacità di più vasta comunicazione.
Aggeo Savioli (l’Unità, 26 marzo 1971)