L’Aquila a due Teste

L'Aquila a due Teste di Jean Cocteau

Ho avuto, questa volta, l’intenzione di portare sullo schermo un’opera teatrale alla quale fosse conservato il proprio carattere teatrale. Si trattava per me, in un certo modo, di deambulare, invisibile, sulla scena, e di cogliere gli innumerevoli aspetti, sfumature, violenze ed occhiate, i quali sfuggono allo spettatore, incapace com’è di seguirli particolareggiatamente dalla propria poltrona.

Aggiungerò inoltre che avevo notato quale forza assumesse uno spettacolo teatrale, dal momento in cui lo si osservava a volo d’uccello sotto l’aspetto, cioè, dell’indiscrezione. Il pubblico, rinchiuso con i personaggi in una stanza alla quale manca un muro, li ascolta come se fosse con essi a tu per tu, essendo abolito quale carattere misterioso agli spettacoli intimi della forma capricciosa di un buco della serratura.

L’Aquila a due Teste non è un brano di Storia. È una storia inventata, vissuta da eroi di fantasia. E giammai avrei corso il rischio di avventurarmi nel mondo realista del cinematografo, se non avessi contato su Christian Bérard. Egli possiede il genio di collocare ciò che tocca, di conferirgli nel tempo e nello spazio, un rilievo ed un’apparizione di verità, del tutto ineguagliabili.

Il film s’ispira ad un’epoca più recente di quella dell’opera teatrale. È la giovinezza di Sarah Bernhardt, la scoperta, da parte delle grandi signore, sovrane od attrici, dello sport, dei vestiti con lo strascico, e dei ninnoli cinesi.

Un dramma simile non può quasi raccontarsi ed è inammissibile, senza il concorso di attori meravigliosi che gli conferiscono grandezza e vita. Edwige Feuillère e Jean Marais, applauditi ogni sera a teatro nelle loro parti, superano se stessi sullo schermo, e ci danno tutto quanto, ripeto, non potevano darci dalla ribalta.

La musica di Georges Auric ed il valzer di Strauss del ballo di Krantz compongono il fluido nel quale è immerso questo dramma d’amore e di morte.

Jean Cocteau