Sciuscià

Sciuscià regia di Vittorio De Sica

Sciuscià è un film che ottiene il successo senza cercarlo, senza seguire le strade consuete del film commerciale (e per questo riuscirà commerciabilissimo). Pur riprendendo il suo tono, e quasi il suo filo, da altri famosi film ispirati alla vita dei ragazzi (I ragazzi della via Paal, Verso la vita) riesce originale e nuovo perché la “materia prima”: i ragazzi che De Sica adopera, è tipicamente italiana e inimitabile.

Nel film si raccontano le vicende, la genialità, e la spensierata incoscienza dei ragazzini italiani, che la guerra ha buttato in strada e ha messo a contatto con le diverse truppe di occupazione, costringendoli a vivere di espedienti. Proprio “cinematograficamente” con le nere masse degli edifici, la diritta razionalità delle strade e gli squallori della periferia, è resa la durezza e la crudeltà degli uomini verso i ragazzi, è espressa l’indifferenza per il loro destino e il loro patrimonio fisico e morale. È una requisitoria degna di Zola o di Dickens.

Regista e operatore (direttore della fotografia Anchise Brizzi, operatore Elio Paccara) si sono compiaciuti di mettere a confronto immobili chiaroscuri architettonici con il movimento gaio e minuscolo della banda degli sciuscià. Il carattere di ognuno, la reazione del loro complesso, il gergo e il gesto suggeriti dalla loro ingenuità e dalla loro “mariuoleria”, sono studiati da De Sica con una precisione e una acutezza eccezionali. I volti di questi piccoli attori rimarranno indimenticabili così come il regista li ha composti nel malinconico quadro di un’Italia sciagurata e sconfitta.

Mai una battaglia in difesa della infanzia abbandonata fu più efficace di questa: il “j’accuse” alla società è immanente e terribile, la critica di un metodo di correzione che è altrettanto stupido quanto inumano e inefficace non potrebbero trovare più ferrei argomenti.

Niente della Roma papale e neo-imperiale si delinea nel paesaggio del film; una Roma povera, limacciosa, distende il suo squallido scenario con un solo campaniletto (quello di Santa Maria in Cosmedin) e con un solo riferimento architettonico, quello del Palazzo di Giustizia, monumentale e ottocentesco come la statua solenne che i sciuscià scambiano… per la regina Margherita. Anche il Tevere, il Tevere delle bionde acque e delle cerulee sponde, appare una volta sola ed è travestito da proletario, nessun ricordo di pittori romantici alla Corot o dannunziani alla Sartorio: imprigionato tra il profilo basso di una draga e il torreggiante gabbione di un gazometro sembra simboleggiare un tempo che fluisce, come la sua corrente, in un disperato squallore.

Cicognini, buon scolaro di Pizzetti, ha capito che il motivo vero e dominante del film è rappresentato dal cavallo; così sul suo galoppo ha innestato un ritornello popolare che segue tutte le variazioni episodiche; e lodi vanno anche a lui.