Film da salvare

Restaurare tutto, o scegliere? E come scegliere? È possibile tutto? E sarebbe comunque indispensabile? Tutto, è un’utopia, anche per ragioni contingenti, di fondi. E probabilmente sarebbe pleonastico. E altri interrogativi avanzano: il restauro non solo si lega — nel senso accennato — all’egemonia del consumismo, ma anche ai metodi e alla metodologia della critica e della storia del cinema, e alla filologia. Gli dei invecchiano davvero, soprattutto nel cinema. La fama di molti film e dei loro autori poggiano spesso su fragili basi. In vena di estrema generosità, o scivolanti nel “culto”, critici e storici hanno fatto i nomi di “maestri” e di “classici” che non resistono davvero al logorio del tempo; e il restauro, come la storia del cinema, prima ancora della critica, si fonda su una verifica, sia sul piano del documento che su ogni altro piano, espressivo compreso naturalmente: di cultura, di gusto, di tendenza, di un periodo o di una scuola. Se da una parte dobbiamo essere meno prigionieri di opere e di giudizi superati in tutto o in parte, meno servili, più liberi dinanzi a falsi “monumenti”, dall’altra anche molti dei nuovi giudizi appartengono a uomini “sempre pronti a quelle infatuazioni da cui si astengono gli ingegni più coscienziosi e più difficili in fatto di prove”, come scriveva Grierson. In entrambi i casi la collocazione, di solito, è il velleitarismo, il tentativo di essere originali ad ogni costo: e tutto diventa mitico, favoloso, leggendario, classico, superclassico …